Tutti Pazzi Per I Maker.

  18 ottobre 2016  >   Eventi · Protagonisti

Neil Gershenfeld: “La libertà del web rivive nel mondo reale”. Dieci anni fa la controcultura del fai-da-te iniziava a mettersi in mostra. Ne ripercorriamo la storia con uno dei suoi teorici.

Una bellissima intervista di JAIME D’ALESSANDRO di Repubblica a Neil Gershenfeld in occasione di Maker Faire Rome, che riportiamo integralmente.

Neil Gershenfeld, classe 1967, cammina veloce fra i padiglioni di Maker Faire Rome in una strana giornata calda e ventosa ma con il cielo grigio. Direttore del Center for Bits and Atoms del Massachusetts Institute of Technology (M.I.T.), autore fra gli altri di “Quando le cose iniziano a pensare” (Garzanti) e “Fab: The Coming Revolution on Your Desktop”, è considerato il padre dei “fablab”. Abbreviazione di “fabrication laboratory”, ovvero piccole officine dedicate alla fabbricazione digitale.

Nati negli anni duemila, dopo la grande crisi delle dot-com del 2009 che ha dato vita alla cultura dei maker, i fab lab costituiscono in qualche modo le radici di quella che sarebbe poi diventata Maker Faire. Che oggi compie dieci anni. Non è un caso che sul primo numero di Make Magazine di Dale Dougherty, che poi creò la fiera, ci fosse una sua lunga intervista. E non è un caso che Gershenfeld sia l’ospite d’onore dell’edizione europea organizzata in questi giorni a Roma.

“Intanto bisogna chiarire alcuni equivoci”, mette le mani avanti Gershenfeld. “I fab lab non sono dei garage dove si stampa in 3d né semplicemente luoghi dove si produce attraverso delle macchine controllate da un computer. I fab lab sono una rete, così come lo è internet. Il web non viene definito dai singoli nodi o computer, ma dal fatto di essere, appunto, un network. Dai mille fab lab nel mondo nascono business, attività, creazioni; condividono fra loro conoscenza e progetti. Così come i computer e la comunicazione sono divenuti a un certo punto digitali, quel che fanno i fab lab e i maker è far diventare la fabbricazione digitale. Non è tanto importante l’atto in sé, quanto creare attraverso il codice i materiali stessi fino a toccare i processi e l’organizzazione sociale”.

Cosa intende?
“Nei fab lab crei la macchina per fabbricare le macchine. Anche una stampante 3d. Sono una finestra aperta sulla ricerca. La tecnologia che vedi qui alla Maker Faire è transitoria, il metodo invece no. Se ognuno di noi può fabbricare qualunque cosa, il futuro della manifattura e dell’industria cambia”.

È un sogno che i maker coltivano da molto tempo. Uscire dalla società dei consumi così come la conosciamo. Ma è ancora un sogno.
“Non possiamo ancora competere con la produzione di massa e con prezzi tanto bassi, ma la produzione di massa non può competere con le personalizzazioni che si possono creare in un fab lab. La musica un tempo era rappresentata dalle etichette. Ci sono ancora, ma hanno un ruolo minore e le persone accedono ai brani in tante maniere diverse e possono anche crearne di propri e condividerli. Anche se le produzioni locali non sostituiscono quelle seriali, di fatto finiranno per cambiare il mondo”.

È un’alternativa al mercato?
“Una alternativa al mercato di oggi. In Spagna è nato il progetto Fab City, supportato dalla sindaca di Barcellona, che coinvolge altre città come Amsterdam e ha ottenuto finanziamenti per milioni di euro dall’Unione europea. L’idea è di installare una serie di fab lab per produrre localmente tutto quel che serve evitando di importare merci con quello che ne consegue in termini di sprechi, trasporto, inquinamento. Con la Croce Rossa stiamo lavorando per portare nelle zone disagiate laboratori capaci di fabbricare medicine piuttosto che inviarle dall’altro capo del mondo”.

Ma lei è sicuro che ci siano così tante persone in giro che hanno voglia di mettersi a costruire macchine per costruire altre macchine?
“La tipologia di persone che ha creato la Silicon Valley o la cultura dei maker è molto più diffusa di quel che si crede. La differenza è che in molti posti non può emergere né seguire la strada che vorrebbe. Sono individui invisibili, eppure ogni volta che apriamo un fab lab escono allo scoperto e badi che parlo del Ruanda, del Ghana o della Norvegia settentrionale, non degli Stati Uniti. La nostra società ha separato per anni in maniera chirurgica il lavoro dall’apprendimento e dal divertimento. In pratica, stiamo uccidendo le nuove generazioni in questo modo, e stiamo impedendo che nascano nuovi lavori legati a quel che davvero serve”.

Qual è la reazione delle grandi compagnie alla rete dei maker e dei fab lab?
“Collaboriamo con grandi multinazionali come la Philips, Boeing o Nike. Molte di loro sanno perfettamente che il mondo nel quale sono ora sta per finire entro quaranta o cinquanta anni. Ma vogliono continuare a giocare un ruolo fondamentale. Domani quindi più che fabbricare una scarpa, forniranno il design per costruirla o suggeriranno i colori o, ancora, venderanno i materiali. Questo varrà per cose come gli aerei, ma anche per gli elettrodomestici. In Cina, per esempio, i fab lab sono stati accolti con grande interesse, al contrario di quel che si potrebbe pensare, anche e soprattutto dal governo. Perché invece di produrre un oggetto in quantità enormi per il mercato globale, costruiranno gli strumenti per produrlo localmente e su misura. Sanno che il loro modello di business cambierà ma questo non significa che non ci sarà un business. In fondo è la stessa cosa successa ai computer, divenuti oggetti a basso costo e molto accessibili. E tanti che prima vivevano costruendoli e vendendoli a caro prezzo, oggi invece prosperano vendendo servizi digitali. Google e Facebook forniscono gratuitamente i loro servizi mentre in passato altri chiedevano dei soldi. In futuro succederà qualcosa del genere anche nel mondo degli oggetti. Per questo, all’inizio, dicevo che quello che i fab lab e i maker stanno facendo è far diventare la fabbricazione digitale. Con tutto quello che implica”.


L’originale è pubblicato su “Repubblica” del 16 ottobre 2016. Lo trovate qui.